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La bambina in rosso: Egon Schiele visto dalle sue donne e dai contemporanei
by Antonio Della Rocca
Egon Schiele è sicuramente una delle voci più prominenti e imponenti dell’Espressionismo viennese degli inizi del Novecento. Oggi le sue opere sono conosciute in tutto il mondo, il suo nome ha raggiunto i quattro angoli del planisfero, la sua personalità eclettica e anticonformista è celebrata dai più grandi critici di storia dell’arte. Ma chi era davvero Egon Schiele?
Egon nasce nel 1890 a Tulln. Sin da bambino mostra una predisposizione per l’arte e il disegno e riesce ad essere ammesso all’Accademia d’Arte di vienna. Abbandonata l’Accademia dopo tre anni a causa degli insegnamenti troppo classicisti, fonda il Neukunstgruppe insieme ad alcuni colleghi. Di certo l’audacia del gesto attira l’attenzione della critica, ma il salto di qualità vero e proprio avviene quando entra nelle grazie di Gustav Klimt, suo futuro mentore, il quale lo introdurrà al panorama artistico e culturale viennese. Sarà infatti proprio Klimt a presentargli critici e giornalisti, mecenati e audaci modelle. Per Schiele, che adesso ha maturato un proprio stile ben definito, inizia una rapida ascesa al successo, costellata di momenti bui, difficoltà economiche e crisi emotive.
Ma per quanto la sua attività artistica sia ben documentata, molto poco si sa del suo privato, del modo di gestire gli affetti e i rapporti familiari. In particolar modo, sono frammentarie le notizie che riguardano le donne della sua vita. Sembra che con la madre non avesse un rapporto idilliaco, ricorrenti erano i motivi per rimproverarla e acuire in lei il senso di colpa e frustrazione – un eterno odi et amo, che si risolveva solo quando Egon, squattrinato, tornava a casa per chiederle ospitalità. La relazione con la sorella Gertie è ancora più oscura e lacunosa. Gertie, infatti, è stata la prima modella di Schiele, il quale l’avrebbe ritratta senza veli, lasciando molto poco alla fantasia dello spettatore. Se il profondo legame che li univa avesse natura incestuosa, purtroppo, non ci è dato sapere – entrambi hanno portato il segreto nella tomba. Eppure, tra Vienna e Trieste, le voci dei loro soggiorni correvano veloci.
Ritratto di Wally, 1912
L’unica donna di cui si ha un’immagine meno sfocata è Valerie Neuzil, meglio nota come Wally, ex modella di Gustav Klimt, presentata a Egon Schiele quando era ancora adolescente. Inutile dire che l’attrazione tra la giovane Valerie e lo spirito ribelle di Tulln fu immediato: Wally divenne così la sua musa, amante e modella. Lontani da Vienna, Egon si dedicò completamente alla sperimentazione artistica, portando la sua arte ad un livello successivo. La carica erotica delle pose plastiche, la sensualità e la sinuosità di Wally rimasero impresse non solo sulla tela: l’arte di Schiele fu etichettata come pornografica, e – non a caso – l’impiego di modelle troppo giovani lo fece finire spesso nei guai.
Walburga Neuzil in black stockings, 1913
Eppure, per quanto idilliaco possa sembrare, anche Wally è destinata a scomparire dalla vita di questo spirito bohemien, anticonformista per natura, che colse però l’opportunità per sistemarsi e metter su famiglia con Edith Harms, appartenente all’alta borghesia viennese. Edith e sua sorella Adèle diventano le nuove modelle di Egon, la prima più casta, la seconda più propensa a svestirsi e assumere pose ammiccanti. E qui, tornano i dubbi sulla condotta familiare e sessuale di Schiele, girano voci su un probabile menage a trois, di cui non ci restano altro che pettegolezzi e fantasie.
Ritratto di Edith Harms, 1915
Il libro di Antonio Della Rocca nasce proprio dall’intento di indagare e approfondire la matrice di quei rapporti familiari che hanno sicuramente influenzato il subconscio di Egon Schiele, e hanno lasciato un segno indelebile nella sua arte. La forma utilizzata è davvero interessante: l’autore si rende protagonista della sua stessa opera, assumendo il ruolo di intervistatore. Invocherà infatti i fantasmi del passato, e chiederà loro di ricordare i giorni che furono. L’intervistatore diviene così testimone passivo della storia di Schiele, e cercherà di colmare i vuoti narrativi e dissipare le ombre che avvolgono la vita del pittore.
Va da sè che, naturalmente, in mancanza di dati e testimonianze reperibili, la fantasia e la vena romanziera hanno preso il sopravvento, regalandoci una plausibile versione della storia, che potrebbe anche non corrispondere alla realtà.
Per esempio, la famosa Bambina in Rosso, da cui il romanzo prende il titolo, e che in un primo momento si pensava fosse Gertie, nipote di Egon Schiele – tesi avvalorata dall’autore – si rivelerà invece essere Maria Concetta Trobitz, una donna triestina, ritratta dall’autore nel 1916.
Per concludere, ho apprezzato davvero questa versione romanzata della vita di uno degli animi più controversi del XX secolo. Dalle origini alla morte, sopraggiunta troppo presto, la vita di Egon Schiele rappresenterà sempre un grandissimo punto interrogativo: troppe ombre, rapporti controversi e ambiguità, una matassa così ingarbugliata che, probabilmente, non verrà mai disfatta, ma che continua ad affascinare anche ad un secolo dalla morte del pittore.
Egon nasce nel 1890 a Tulln. Sin da bambino mostra una predisposizione per l’arte e il disegno e riesce ad essere ammesso all’Accademia d’Arte di vienna. Abbandonata l’Accademia dopo tre anni a causa degli insegnamenti troppo classicisti, fonda il Neukunstgruppe insieme ad alcuni colleghi. Di certo l’audacia del gesto attira l’attenzione della critica, ma il salto di qualità vero e proprio avviene quando entra nelle grazie di Gustav Klimt, suo futuro mentore, il quale lo introdurrà al panorama artistico e culturale viennese. Sarà infatti proprio Klimt a presentargli critici e giornalisti, mecenati e audaci modelle. Per Schiele, che adesso ha maturato un proprio stile ben definito, inizia una rapida ascesa al successo, costellata di momenti bui, difficoltà economiche e crisi emotive.
Ma per quanto la sua attività artistica sia ben documentata, molto poco si sa del suo privato, del modo di gestire gli affetti e i rapporti familiari. In particolar modo, sono frammentarie le notizie che riguardano le donne della sua vita. Sembra che con la madre non avesse un rapporto idilliaco, ricorrenti erano i motivi per rimproverarla e acuire in lei il senso di colpa e frustrazione – un eterno odi et amo, che si risolveva solo quando Egon, squattrinato, tornava a casa per chiederle ospitalità. La relazione con la sorella Gertie è ancora più oscura e lacunosa. Gertie, infatti, è stata la prima modella di Schiele, il quale l’avrebbe ritratta senza veli, lasciando molto poco alla fantasia dello spettatore. Se il profondo legame che li univa avesse natura incestuosa, purtroppo, non ci è dato sapere – entrambi hanno portato il segreto nella tomba. Eppure, tra Vienna e Trieste, le voci dei loro soggiorni correvano veloci.
Ritratto di Wally, 1912
L’unica donna di cui si ha un’immagine meno sfocata è Valerie Neuzil, meglio nota come Wally, ex modella di Gustav Klimt, presentata a Egon Schiele quando era ancora adolescente. Inutile dire che l’attrazione tra la giovane Valerie e lo spirito ribelle di Tulln fu immediato: Wally divenne così la sua musa, amante e modella. Lontani da Vienna, Egon si dedicò completamente alla sperimentazione artistica, portando la sua arte ad un livello successivo. La carica erotica delle pose plastiche, la sensualità e la sinuosità di Wally rimasero impresse non solo sulla tela: l’arte di Schiele fu etichettata come pornografica, e – non a caso – l’impiego di modelle troppo giovani lo fece finire spesso nei guai.
Walburga Neuzil in black stockings, 1913
Eppure, per quanto idilliaco possa sembrare, anche Wally è destinata a scomparire dalla vita di questo spirito bohemien, anticonformista per natura, che colse però l’opportunità per sistemarsi e metter su famiglia con Edith Harms, appartenente all’alta borghesia viennese. Edith e sua sorella Adèle diventano le nuove modelle di Egon, la prima più casta, la seconda più propensa a svestirsi e assumere pose ammiccanti. E qui, tornano i dubbi sulla condotta familiare e sessuale di Schiele, girano voci su un probabile menage a trois, di cui non ci restano altro che pettegolezzi e fantasie.
Ritratto di Edith Harms, 1915
Il libro di Antonio Della Rocca nasce proprio dall’intento di indagare e approfondire la matrice di quei rapporti familiari che hanno sicuramente influenzato il subconscio di Egon Schiele, e hanno lasciato un segno indelebile nella sua arte. La forma utilizzata è davvero interessante: l’autore si rende protagonista della sua stessa opera, assumendo il ruolo di intervistatore. Invocherà infatti i fantasmi del passato, e chiederà loro di ricordare i giorni che furono. L’intervistatore diviene così testimone passivo della storia di Schiele, e cercherà di colmare i vuoti narrativi e dissipare le ombre che avvolgono la vita del pittore.
Va da sè che, naturalmente, in mancanza di dati e testimonianze reperibili, la fantasia e la vena romanziera hanno preso il sopravvento, regalandoci una plausibile versione della storia, che potrebbe anche non corrispondere alla realtà.
Per esempio, la famosa Bambina in Rosso, da cui il romanzo prende il titolo, e che in un primo momento si pensava fosse Gertie, nipote di Egon Schiele – tesi avvalorata dall’autore – si rivelerà invece essere Maria Concetta Trobitz, una donna triestina, ritratta dall’autore nel 1916.
Per concludere, ho apprezzato davvero questa versione romanzata della vita di uno degli animi più controversi del XX secolo. Dalle origini alla morte, sopraggiunta troppo presto, la vita di Egon Schiele rappresenterà sempre un grandissimo punto interrogativo: troppe ombre, rapporti controversi e ambiguità, una matassa così ingarbugliata che, probabilmente, non verrà mai disfatta, ma che continua ad affascinare anche ad un secolo dalla morte del pittore.